Ripensare l’informazione ai tempi dell’AI

Con la proiezione di Quinto potere (Network, 1976) di Sidney Lumet, mercoledì 30 settembre Cinema Docet ha affrontato uno dei temi più complessi del nostro tempo: il ruolo dei media e la spettacolarizzazione dell’informazione. Il film, capolavoro che il tempo ha reso sempre più profetico, mette a nudo il potere della televisione e la mercificazione della notizia. Il titolo scelto per l’incontro, “Mediamorfosi: informazione, pubblico, mercato e potere”, ha fatto da filo conduttore a un vivace dibattito vivace animato dagli interventi del giornalista Daniele Bellasio, caporedattore economia del Corriere della Sera. Il dibattito è stato introdotto da Francesca Pasquali, direttrice del Dipartimento di Lettere, Filosofia, Comunicazione dell’Università degli studi di Bergamo, e moderato da Rosaly Petti, studentessa del corso di laurea in Filosofia.

Fotografie di Giorgia Franzoni

Dal confronto è emersa la sorprendente attualità di un film che a cinquant’anni di distanza continua a dialogare con il presente. Lumet è riuscito infatti ad anticipare le trasformazioni sociali dei decenni successivi, a cominciare dall’affermazione dell’infotainment – unione di information ed entertainment – a indicare un modello comunicativo che adotta i linguaggi, i ritmi e le logiche dell’intrattenimento. Ma la trasformazione più radicale riguarda chi produce le notizie: il tradizionale modello gerarchico e unidirezionale è stato infatti superato da una dinamica orizzontale e partecipativa, che permette a chiunque di creare e veicolare contenuti autonomamente. Se da un lato questa trasformazione ha democratizzato la circolazione delle idee, dall’altro impone un importante mutamento: i media tradizionali sono chiamati a rinnovarsi e adeguarsi ai ritmi contemporanei, senza però smarrire la loro funzione storica di garanzia critica. Bellasio ha ricordato come i giornalisti non siano i depositari di una verità assoluta, ma offrano un servizio pubblico fondato su un metodo rigoroso; un servizio che vive del dovere di verifica delle fonti da parte di chi scrive e che richiede, al tempo stesso, un’attenzione critica e consapevole da parte di chi legge.

Il tema delle emozioni ha guidato l’ultima parte della discussione, dedicata all’economia dell’attenzione e alle dinamiche affettive, ovvero al modo in cui i sentimenti vengono orientati a fini commerciali. In un sistema dominato dai ritmi rapidi dello scrolling, emerge il rischio di una superficialità diffusa. Tuttavia l’attenzione del pubblico risponde a una logica progressiva e selettiva: lo stesso utente che fruisce con rapidità dei contenuti social è al contempo in grado di dedicarsi alla lettura di approfondimenti più lunghi e complessi quando ne riconosce il valore. Per superare il rischio di una passività insensibile – ben incarnata nel film dalla spregiudicata dirigente televisiva Diana – Bellasio ha invitato a non demonizzare la dimensione emotiva del racconto giornalistico. La capacità dell’informazione di generare emozioni e la sua intrinseca natura narrativa non vanno subite come una minaccia, ma governate come una risorsa cruciale per riattivare un ascolto attento e partecipe. In quest’ottica, Quinto potere si rivela un film metalinguistico, capace di mostrare dall’interno come si costruisce la televisione. La lezione che ne deriva per chi fa informazione è che occorre imparare le regole della sceneggiatura e della narrazione per raggiungere il lettore. La vera sfida, infatti, risiede nella ricerca di nuovi linguaggi capaci di intercettare questi diversi livelli di attenzione senza mai rinunciare al rigore metodologico e deontologico.

Autore

  • Sara Di Modugno

    Studentessa del corso di laurea magistrale in Comunicazione, informazione, editoria

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