Quinto potere

DATI DI PRODUZIONE

Titolo originale: Network. Paese: Stati Uniti. Anno: 1976. Durata: 121’. Regia: Sidney Lumet. Sceneggiatura: Paddy Chayefsky. Produzione: Howard Gottfried. Casa di produzione: Metro-Goldwyn-Mayer. Fotografia: Owen Roizman. Montaggio: Alan Heim. Musiche: Elliot Lawrence. Scenografia: Philip Rosenberg. Costumi: Theoni V. Aldredge. Cast: Peter Finch (Howard Beale), Faye Dunaway (Diana Christensen), William Holden (Max Schumacher), Robert Duvall (Frank Hackett), Beatrice Straight (Louise Schumacher),Ned Beatty (Arthur Jensen), Wesley Addy (Nelson Chaney), Arthur Burghardt (Il Grande Ahmed Khan),Jordan Charney (Harry Hunter), Conchata Ferrell (Barbara Schlesinger), Darryl Hickman (Bill Herron), William Prince (Edward George Ruddy), Lane Smith (Robert McDonough), Marlene Warfield (Laureen Hobbs), Lance Henriksen (Avvocato al Khan’s Place), Lee Richardson (Voce narrante).

SINOSSI

Dopo anni di carriera, il giornalista e conduttore del telegiornale Howard Beale (Peter Finch) viene improvvisamente licenziato dall’emittente immaginaria UBS a causa dei bassi ascolti. Disperato, durante una diretta, annuncia che si toglierà la vita in onda nella puntata successiva. Il gesto provoca uno scandalo immediato, ma porta anche a un inaspettato e clamoroso picco di audience. La responsabile della programmazione, Diana Christensen (Faye Dunaway) intuisce il potenziale della crisi psicologica di Beale e convince i vertici dell’emittente a non licenziarlo: l’obiettivo è quello di trasformare il telegiornale in una nuova trasmissione sensazionalistica. Parallelamente, Max Schumacher (William Holden), direttore del telegiornale e amico di lunga data di Beale, cerca di proteggerlo invano dall’esposizione mediatica. Nel frattempo intraprende una relazione extraconiugale con Diana, donna in carriera completamente assorbita dalle dinamiche del proprio lavoro.

TRAILER

COMMENTO

A cinquant’anni dalla sua prima proiezione nelle sale americane, Quinto potere di Sidney Lumet resta uno dei ritratti cinematografici più lucidi e profetici della nostra contemporaneità. Sullo sfondo del film, si muove la società americana degli anni ’70, profondamente disillusa dai risvolti della Guerra in Vietnam, dallo scandalo Watergate e segnata dalle conseguenze economiche della crisi petrolifera. In questo scenario, si inserisce la parabola di Howard Beale, un anziano conduttore del telegiornale che, di fronte al licenziamento imminente, crolla in diretta televisiva minacciando il suicidio. Tuttavia, la sua disperazione, anziché destare preoccupazione, viene trasformata dai vertici dell’emittente in un fenomeno mediatico e una miniera d’oro per gli ascolti dei telespettatori. Attraverso una sceneggiatura firmata da Paddy Chayefsky, Lumet non si limita ad affrontare il declino dell’informazione tradizionale, ma ne mostra la metamorfosi: la notizia cede il passo all’intrattenimento e il malcontento collettivo diventa merce da vendere. La stessa frase pronunciata da Beale nel celebre monologo “I’m mad as hell, and I’m not going to take it anymore!”, non genera coscienza critica, ma diventa un tormentone d’intrattenimento di massa. La televisione fabbrica illusioni, vende immagini e retoriche a un pubblico disorientato, rendendolo sempre più passivo e distante dalla reale comprensione dei mutamenti politico-economici del proprio tempo. Emblematico di questa deriva è il personaggio della cinica produttrice Diana Christensen, disposta a sacrificare qualsiasi codice deontologico sull’altare dello share e della spettacolarizzazione. Il film illustra come la fame di ascolti non risparmi nulla, trasformando persino la protesta sociale in un prodotto d’intrattenimento. Nell’era dominata dall’informazione frammentata dagli algoritmi dei social media, Quinto potere non si limita a ricordare il passato della televisione americana, ma continua a funzionare come uno specchio implacabile del nostro presente.

PREMI

  • Los Angeles Film Critics Association Awards (1976): miglior film, miglior regista a Sidney Lumet e miglior sceneggiatura a Paddy Chayefsky
  • Premio Oscar (1977): miglior attore a Peter Finch, miglior attrice a Faye Dunaway, miglior attrice non protagonista a Beatrice Straight, miglior sceneggiatura originale a Paddy Chayefsky
  • David di Donatello (1977): miglior attrice straniera a Faye Dunaway
  • Golden Globes (1977): miglior regia a Sidney Lumet, miglior attore a Peter Finch, miglior attrice a Faye Dunaway, miglior sceneggiatura a Paddy Chayefsky
  • New York Film Critics Circle Awards (1977): miglior sceneggiatura a Paddy Chayefsky
  • Writers Guild of America Award (1977): miglior sceneggiatura originale a Paddy Chayefsky
  • Kansas City Film Critics Circle Awards (1977): miglior attrice a Faye Dunaway

CRITICA

«Il linguaggio di Lumet è così rigoroso ed essenziale che ci porta subito al punto, senza intermediazioni o soluzioni atte ad attutire il colpo. È un cinema di denuncia che somiglia a un’inchiesta, per quella capacità di saper intercettare il presente, ciò che è appena stato, e mostrarne in tempo reale le conseguenze. E allo stesso tempo è un cinema che ricerca un valore artistico, che diventa parte integrante del racconto».

— Marco Bolsi, Sentieri Selvaggi

«Tra i titoli imprescindibili della carriera di Sidney Lumet, Quinto potere è un violento e ficcante atto d’accusa ai media, in particolare alla loro capacità di deformare la realtà a piacimento. Il protagonista è l’incarnazione di questa satira portata avanti con toni accesi, un burattino dal destino già segnato, capace però di mettere a nudo le contraddizioni (e persino i risvolti futuri) non solo di un mezzo, ma di tutta la società. L’operazione ha un carattere profetico capace di resistere al tempo, in cui i personaggi sono strumento per un’indagine sull’uomo contemporaneo e sul suo rapporto con la realtà e la comunità»

— Longtake

«Satira ironica e spietata del mondo della televisione americano – ma ancor di più della società americana, un fast food dove i media hanno modo dibanchettare a proprio piacimento – il film di Lumet è il film perfetto per i nostri tempi».

— Francesco Diozzi, Ciak Club

 

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