Viaggi nel tempo

La curiosità ha sempre portato l’umanità a interrogarsi sul tempo, qualcosa di invisibile ai nostri occhi e che non possiamo toccare fisicamente. Viviamo ancorati nel presente coltivando memorie del passato e speranze sul futuro, e il cinema si dimostra essere uno straordinario strumento capace di riconfigurare tutte queste dimensioni e incentivare riflessioni a riguardo. La settima arte, anche costruendo immaginari fantascientifici, fin dai suoi albori sempre ha concepito la possibilità di viaggiare nel tempo, di manipolare il passato o anticipare il futuro. Il cinema si dimostra così la vera macchina capace di navigarne i meandri.

Il mito degli anni Ottanta

Nell’immaginario collettivo gli anni Ottanta rappresentano un decennio particolarmente prolifico di produzione di narrazioni che tematizzano il viaggio nel tempo. Solo in questo decennio sono state partorite due delle saghe più cult di sempre nella storia del cinema. La prima nasce con Ritorno al futuro (1985) di Robert Zemeckis; appare proprio in questo film la celeberrima macchina del tempo, ovvero un’automobile DeLorean modificata dallo scienziato Doc Brown e che permette a Marty McFly di tornare al 1955. Qui Marty scopre che manipolare il passato modifica irrevocabilmente il futuro: quando erroneamente non permette ai suoi genitori di incontrarsi, innesca una serie di reazioni collaterali che lo porteranno a vedere il suo futuro sgretolarsi ancora prima di nascere.

La seconda saga dalle tinte più distopiche e oscure è Terminator (1984) di James Cameron; nel futuro una rete di supercomputer per la difesa internazionale denominata Skynet prenderà coscienza individuando gli esseri umani come minaccia globale e scatenanando un genocidio nucleare. Il film si apre con una premessa: la battaglia finale non si svolgerà nel futuro ma qui, nell’imminente presente. Arriva proprio dal 2029 il Terminator, un cyborg dalle fattezze umane spedito da Skynet per uccidere Sarah Connor, futura madre di John Connor, colui che guiderà la rivoluzione globale per sconfiggere le macchine. Il film utilizza i viaggi nel tempo per giocare con il destino, lo stesso padre di John Connor non è altro che Reese, ovvero un uomo mandato nel presente dal futuro dallo stesso John. Questo apre un serie di loop e paradossi che scombinano una linea temporale non predefinita.

Non sempre però i viaggi nel tempo sono premeditati o intenzionali, possono anche essere accidentali, come nel caso italiano di Non ci resta che piangere (1984) di Roberto Benigni e Massimo Troisi. I due protagonisti finiscono per puro caso in un borgo del centro Italia nel 1492, quando tra situazioni grottesche e rocambolesche proveranno a fermare Cristoforo Colombo dallo scoprire le Americhe.

Non ci resta che piangere (Roberto Benigni, Massimo Troisi, 1984)

Il tempo tra scienza e fantascienza

Per quanto ne sappiamo i viaggi nel tempo “non esistono” ma sono uno dei frutti più riconoscibili del genere fantascientifico. Certamente rimane uno dei grandi sogni proibiti dell’umanità. Ed è proprio con Interstellar (2014) di Christopher Nolan che tutto questo acquista plausibilità anche nella realtà, in particolare grazie all’aiuto di Kip Thorne, premio Nobel per la fisica, che ha partecipato alla realizzazione della sceneggiatura in veste di consulente. Quasi tutto quello che si vede all’interno del film è fisicamente plausibile, la questione del tempo è gestita interamente nell’alveo della teoria della relatività generale di Albert Einstein, il che spiega perfettamente perché Cooper rientra sulla terra con la metà degli anni della figlia, ormai novantenne. Perfino la scena più scabrosa e irreale, ambientata all’interno del buco nero, conserva un margine di verosimiglianza dal momento che nessuno sa cosa vi sia davvero dentro tali corpi celesti. Thorne sfrutta questo dettaglio per aiutarci a immaginare un tesseract, un luogo a quattro dimensioni che funge da macchina del tempo: un tempo che diventa fisicamente visibile, trova una figurativizzazione che permette al protagonista di parlare con la figlia e salvare l’umanità.

Anche il cinema d’animazione ha dato ampio spazio al tema dei viaggi nel tempo, soprattutto attraverso scienziati atipici e fuori dal comune. In Mr. Peabody e Sherman (2014) di Rob Minkoff, l’inventore è un cane dotato di un’incredibile intelligenza. In I RobinsonUna famiglia spaziale (2007) di Stephen Anderson, il viaggio nel tempo diventa un pretesto per non rimanere ancorati a un passato doloroso e per imparare a guardare sempre avanti. Anche l’animazione orientale ha sviluppato diverse storie sui viaggi nel tempo, per esempio Toki wo kakeru shōjo – La ragazza che saltava nel tempo (2006) di Mamoru Hosoda, una storia romantica adolescenziale intrecciata dalla fantascienza. Your Name (2016) di Makoto Shinkai usa invece la leggenda del filo rosso, ovvero il destino di incontrarsi di due anime gemelle, con la complicanza di vivere in due linee temporali diverse. 

La Jetée (Chris Marker, 1962)

La ciclicità del tempo

Fin dall’antichità, la concezione del tempo è sempre stata quella di una linea retta lungo la quale passato, presente e futuro si susseguono orizzontalmente. E se al posto di una linea retta il tempo fosse un cerchio? La nostra visione d’insieme del mondo cambierebbe, una visione simile a quella dell’Eterno ritorno di Nietzsche. Tanto nella filosofia quanto nel cinema questo scenario è stato riproposto più volte. Un caso emblematico è sicuramente Le jetée (1962) il mediometraggio costruito nella forma di fotoromanzo del regista sperimentale Chris Marker, dove il viaggio nel tempo – nel passato – esplora soprattutto il concetto di memoria, la potenza dei ricordi, e narrativamente diventa necessario per redimere la condizione dell’umanità in un presente postapocalittico, in un’affascinante sovrapposizione multi-temporale di ciò che si predispone come “inizio” e come “fine”. «Lui capì che non si poteva sfuggire dal tempo» ci dice il narratore alla fine della pellicola: una prospettiva pessimistica dove il tempo è visto come una prigione, un fardello dal quale non è possibile sgravarsi. Il film di Marker ha liberamente ispirato 12 Monkeys – L’esercito delle 12 scimmie (1995) di Terry Gilliam, al punto che si può parlare di una specie di “versione estesa” del capolavoro francese.

Marker e Gilliam non sono certo gli unici ad aver concepito il tempo in senso circolare. In Donnie Darko (2001) di Richard Kelly, il finale corrisponde allo giorno in cui la storia inizia: con l’espediente del cosiddetto wormhole, un “cunicolo spaziotemporale”, la conclusione del racconto in verità è solo l’inizio. La ciclicità torna anche in un film come Arrival (2016) di Denis Villeneuve, dove la filologa Louise, interagendo con una razza aliena, capisce di poter vedere contemporaneamente passato, presente e futuro; il viaggio nel tempo non è fisico ma mentale, attraverso quelli che allo spettatore appaiono come ricordi, nella testa di Louise sono avvenimenti futuri.

La ragazza che saltava nel tempo – Toki wo kakeru shōjo (Mamoru Hosoda, 2006)

L’amore attraverso il tempo

Il presente può presentarsi come un periodo piuttosto noioso in cui vivere, o meglio, meno appetibile e interessante rispetto ad altri momenti storici. E tanta parte nelle nostre vite hanno le fantasticherie sul futuro e le nostalgie di un passato mai vissuto. È proprio questa la premessa tematica di Midnight in Paris (2011) di Woody Allen, dove il protagonista Gil, scrittore e sceneggiatore piuttosto deluso e disilluso dalla vita e dal lavoro che svolge, nelle sue peregrinazioni notturne per le strade di Parigi finisce involontariamente negli anni Venti del novecento, la sua epoca preferita. Qui fa conoscenza di molte personalità artistiche di spicco dell’epoca – i surrealisti, gli scrittori statunitensi Hemingway e Fitzgerald. A colpirlo particolarmente è però l’affascinante Adriana, di cui si innamora. Insieme a lei finisce per sbaglio nella Belle Époque, l’epoca preferita di Adriana, a sua volta delusa dal presente idealizzato da Gil. Emerge così la consapevolezza che in ogni epoca si attivano forme di romanticizzazione e di nostalgia per il passato. Qualcosa che nel caso di Gil sviluppa una maggiore consapevolezza di sé stesso e delle proprie priorità nel presente.

Apprezzare il presente e gli affetti con cui lo abitiamo è senso orienta About Time – Questione di Tempo (2013) di Richard Curtis, commedia romantica in cui l’abilità del viaggio nel passato è un potere che scopre di avere Tim, così come lo hanno avuto tutti i membri maschi del suo albero genealogico. In seguito alle avvertenze del padre, Tim capisce subito di voler usare questo potere per trovare l’amore. Il viaggio nel tempo però è solo un mezzo per spostarsi e, a dispetto dei tentativi, non può far cambiare idea alle persone, non può cambiare il corso di specifici eventi. La morale che emerge dal film invita a godersi ogni singolo istante fino in fondo, nella sua caducità, come se fosse il primo e l’ultimo di una vita straordinariamente normale.

 

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