Libertà di ricerca e diritti umani. UniBg per Giulio Regeni

L’Università degli studi di Bergamo per Giulio Regeni. Assieme ad altri 75 atenei italiani, anche UniBg ha aderito all’iniziativa della Fondazione dalla senatrice Elena Cattaneo e mercoledì 29 aprile 2026 ha proposto un pomeriggio di riflessione sul tema del rapporto tra libertà di ricerca e diritti umani a dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, dottorando italiano dell’Università di Cambridge torturato e ucciso in Egitto nel 2016 mentre conduceva la propria ricerca dottorale. L’evento è stato ospitato da Cinema Docet e ha previsto la proiezione del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti.

La visione del docufilm è stata preceduta dall’intervento del Rettore Sergio Cavalieri, il quale ha sottolineato come la vicenda di Giulio Regeni non riguardi solamente la necessità di fare luce sulla sua morte, ma interroghi il significato stesso della ricerca nel contesto universitario. La verità rappresenta il motore dell’attività scientifica e il mondo accademico è chiamato a difendere la libertà di ricerca, intesa come valore fondamentale e mai definitivamente acquisito. «La verità è lo slancio che muove ogni ricercatore e ogni ricercatrice», ha affermato Cavalieri, sottolineando la responsabilità delle istituzioni nel garantire che la conoscenza possa essere praticata senza condizionamenti. All’evento è intervenuta anche Elena Carnevali, sindaca del Comune di Bergamo, ricordando come il caso di Giulio Regeni non sia solo una questione di diritti umani, ma anche di diritto internazionale e di responsabilità collettive. Carnevali ha evidenziato la necessità di garantire una maggiore tutela a chi fa ricerca, in qualsiasi contesto, ribadendo al tempo stesso il valore della libertà accademica. «Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi», ha ricordato, richiamando le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e sottolineando come questi principi rappresentino un fondamento imprescindibile del nostro ordinamento costituzionale. Carnevali ha rimarcato inoltre la forza della famiglia Regeni, capace di trasformare un dolore privato in un impegno collettivo, dando vita a un movimento che continua a chiedere verità e giustizia e a mantenere viva l’attenzione pubblica sul caso.

Fotografie di Alessia Parisi

Al momento introduttivo ha preso parte anche Elisabetta Bani, prorettrice alla Valorizzazione delle conoscenze e rapporti con il territorio, per rimarcare il valore della ricerca anche in ambiti meno immediatamente finanziabili o riconosciuti, così come la necessità di evitare una ricerca completamente avulsa dal contesto sociale. «Pur mantenendo rigore e indipendenza – ha detto Bani, la ricerca universitaria trova senso nel confronto con la realtà contemporanea».  Alla luce di queste considerazioni sono state proposte alcune riflessioni su dimensioni più contestuali e simboliche della ricerca e della sua circolazione. Francesca Pasquali, direttrice del Dipartimento di Lettere, Filosofia, Comunicazione, ha commentato come la visione condivisa del film consenta di intrecciare conoscenza, emozione e riflessione, assumendo un ruolo significativo in un contesto di crescente frammentazione dei saperi e delle esperienze. La figura di Giulio Regeni è stata definita una biografia esemplare, capace di interrogare comunità accademiche sul piano etico e istituzionale, contribuendo a una maggiore consapevolezza, soprattutto nelle generazioni più giovani, rispetto alla responsabilità del fare ricerca e al tema della tutela della libertà scientifica. Giuseppe Scaratti, direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, ha proposto una riflessione sul significato profondo dell’atto del ricordare non come distanza dalla realtà, ma come interiorizzazione e impegno.

Particolarmente ricco di spunti è stato il dibattito che ha seguito la proiezione ed è stato animato da alcuni docenti di UniBg. Nella prima parte, incentrata sugli aspetti giuridici, è emerso come la visione del documentario abbia portato alla luce alcune difficoltà strutturali del diritto internazionale, la cui efficacia dipende in larga misura dalla cooperazione fra Stati – nella fattispecie fra Italia ed Egitto. Nel caso di Giulio Regeni – ha spiegato Maria Caterina Baruffi, professoressa ordinaria di Diritto internazionale – sono state violate diverse norme internazionali, tra cui il diritto alla vita e il divieto di tortura sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite, che impone agli Stati obblighi di prevenzione, indagine e cooperazione. Ciò ha determinato la mancata attivazione efficace degli strumenti di collaborazione e tutela previsti dall’ordinamento internazionale. Un tentativo di riequilibrio tra verità e giustizia è stato garantito dalla magistratura e della Corte Costituzionale italiane. In questo quadro, sono state richiamate alcune pronunce della Corte intervenute nel corso del processo Regeni, considerate rilevanti per le implicazioni sul piano processuale, in particolare rispetto al diritto di difesa e alla gestione di aspetti procedurali complessi in un processo celebrato in assenza degli imputati. Anna Lorenzetti, ordinaria di Diritto costituzionale, ha sottolineato come tali decisioni, pur problematiche sul piano dell’efficienza del processo, evidenzino la centralità dei principi dello Stato di diritto e la tutela delle garanzie difensive anche nei confronti dei soggetti accusati dei reati più gravi. Lorenzetti ha richiamato il ruolo della Commissione parlamentare d’inchiesta istituita nel 2019 come strumento volto alla ricostruzione dei fatti e alla produzione di elementi utili alla comprensione della vicenda Regeni. Tale attività è stata interpretata come parte del più ampio percorso di ricerca di verità e giustizia, distinta ma complementare rispetto alla verità giudiziaria.

La seconda parte del dibattito ha riportato l’attenzione sulla figura di Giulio Regeni ricercatore. Michele Brunelli, professore associato di Storia e istituzioni dei paesi afro-asiatici, ha sottolineato la difficoltà di operare in contesti accademici e di ricerca caratterizzati da limitazioni della libertà scientifica e da forme di sorveglianza o pressione istituzionale, richiamando esperienze dirette di ricerca in contesti considerati non pienamente liberi. Ricerca da intendersi non solo come attività accademica, ma come ricerca di verità in accezione più ampia. Al dibattito è intervenuto anche Armando Toscano, rappresentante dei dottorandi e delle dottorande in Senato accademico. Toscano ha posto l’attenzione sul significato della condizione del ricercatore nella sua fase di formazione, evidenziando la distinzione tra “fare ricerca” ed “essere ricercatore”, e la natura intermedia e non pienamente definita di questo percorso che ha inciso drammaticamente nella vicenda di Giulio Regeni. In relazione a quest’ultima, è stata richiamata la sua possibile condizione di solitudine vissuta nella fase di ricerca, così come la difficoltà di definire e rendere socialmente riconoscibile l’attività di ricerca stessa, intesa non solo come pratica accademica ma come possibilità di interrogazione critica della realtà.

Autore

  • Ylenia Maffeis

    Studentessa del corso di laurea magistrale in Comunicazione, informazione, editoria

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