Allegro non troppo
DATI DI PRODUZIONE
Titolo: Allegro non troppo. Paese: Italia. Anno: 1976. Durata: 85’. Regia: Bruno Bozzetto. Sceneggiatura: Bruno Bozzetto, Guido Manuli, Maurizio Nichetti. Produzione: Bruno Bozzetto. Casa di produzione: Bruno Bozzetto Film. Fotografia: Luciano Marzetti, Mario Masini. Montaggio: Giancarlo Rossi. Musiche: Franco Godi. Cast: Marialuisa Giovannini (la ragazza delle pulizie), Néstor Garay (il direttore d’orchestra), Maurizio Micheli (presentatore), Maurizio Nichetti (disegnatore), Mirella Falco (membro orchestra non esercitante), Osvaldo Salvi (uomo in costume da gorilla), Jolanda Cappi (membro orchestra in caduta), Franca Mantelli (membro orchestra danzante) , Bruno Bozzetto (uomo sedia a dondolo), Angela Finocchiaro (membro orchestra).
SINOSSI
Dopo West and Soda (1965) e Vip – Mio fratello superuomo (1968) – Bozzetto realizza Allegro non troppo (1976), un lungometraggio a tecnica mista strutturato in episodi e ispirato al capolavoro della Walt Disney Fantasia (1940), celebre per la perfetta fusione tra musica classica e immagine. In quest’opera, tuttavia, Bozzetto non si limita ad omaggiare il cult: rielabora il modello in chiave ironica e satirica, offrendo spunti di riflessione profondi sull’uomo, sulla natura e sul ruolo dell’arte.
TRAILER
COMMENTO
“Illustrare la musica, dare corpo e colore alle note è un’aspirazione che ogni disegnatore cova nella propria anima fino alla tenera età”. Così il presentatore (Maurizio Micheli) ci introduce nel film, ma anche nella mente di Bozzetto. Infatti, Allegro non troppo nasce da un’ambizione titanica: da un lato, rendere omaggio a un modello di animazione che lo ha profondamente formato e, dall’altro, rispondere a questo modello proponendo una visione personale del rapporto suono-immagine. Dal titolo è evidente che Bozzetto voglia costruire un’opera che, pur mantenendo leggerezza e gioiosità in alcune scene, aggiunga uno strato riflessivo e critico nell’unione tra immagini visive e sonore. Per fare ciò, egli mantiene la stessa struttura narrativa (a episodi in tecnica mista) di Fantasia, ma si distanzia dalla perfezione formale e dall’immaginario idilliaco e sognante tipicamente disneyano per proporre una riflessione sulla condizione umana, sul suo rapporto problematico con la natura e sui meccanismi distorti che regolano la produzione artistica e cinematografica. È da questi presupposti che nasce quella che può essere considerata la sua opera magna: un’opera che, nel passaggio tra scene animate e scene dal vivo, esprime pienamente l’essenza artistica di Bozzetto e offre una visione completa della sua filosofia artistica. Il film è suddiviso in sei episodi animati, ciascuno accompagnato da un brano di musica classica, intervallato da sequenze live action girate a teatro. Le sequenze animate abbandonano l’estetica limpida e il tono fiabesco di Fantasia, abbracciando invece un immaginario visivamente più grezzo e narrativamente più cupo e disincantato. Anche le musiche rispecchiano l’anima inquieta dell’uomo o risaltano la sua irruzione aggressiva e violenta nel fragile equilibrio della natura. La prospettiva privilegiata non è mai quella dell’uomo – che vive all’ombra dell’ossessione materialistica, della dipendenza sessuale, della brama di ricchezza e della volontà di controllo e sopraffazione nei confronti dell’altro – ma quella dell’animale e della natura, le vittime innocenti della bramosia umana. Nella sequenza de L’uccello di fuoco di Stravinskij, il serpente che ingoia il frutto della conoscenza – destinato a Adamo ed Eva – attraversa un incubo popolato di visioni e suggestioni oniriche che lo conducono alla scoperta delle oscurità dell’uomo. Nell’interpretazione visuale del Bolero di Ravel – dalla quale ha preso avvio l’ideazione di questo lungometraggio – la graduale marcia evolutiva delle creature viene interrotta dall’avvento dell’uomo e dalle sue opere di distruzione e di dominio. O ancora, il Valse triste di Sibelius ci immerge nella mente di un gatto che sogna malinconicamente di rivivere il passato del rudere e dei suoi padroni, denunciando la brutalità dell’abbandono degli animali e le drammatiche conseguenze di questo comportamento sulle loro vite. Le scene dal vivo non sono da meno: si configurano come una satira irriverente dell’impostazione raffinata e pomposa del set cinematografico disneyano. I numerosi sketch e le figure caricaturali – le buffe vecchiette, il logorroico presentatore, l’impacciato disegnatore (Maurizio Nichetti) e lo scorbutico direttore d’orchestra (Néstor Garay) – fanno da contraltare comico ai toni cupi degli episodi animati, conferendo all’opera un sapore tragicomico. Queste sequenze non si limitano all’ironia, ma veicolano anche un’acuta critica sociale e istituzionale, evidenziando la precarietà di una produzione low budget – animata da attori improvvisati, tecnici inesperti e artisti dell’ultima ora – e denunciando le dinamiche di potere prevaricanti che attraversano l’ambiente artistico. Esiste una via d’uscita dalla corruzione dell’animo umano e dalle dinamiche di potere che lo autodistruggono? Bozzetto stesso ci offre una possibile risposta: l’amore nascente tra il disegnatore e la responsabile delle pulizie che, intrappolato dalle dinamiche costrittive del reale, prende vita attraverso il disegno e si libra in volo. Ancora una volta, l’arte si rivela non solo strumento di denuncia, ma anche di liberazione ed emancipazione, capace di oltrepassare i margini e donare nuova speranza all’animo umano.
PREMI
- Premio Referendum della Critica 1976
- David di Donatello 1978: David speciale
CRITICA
Un’opera geniale, anarchica, cupa e divertente, un’unione tra musica classica, disegni animati e riprese dal vivo senza precedenti. Il capolavoro di un artista incredibile, Bruno Bozzetto.
Caden Cotard, Il buio in sala
Le cinque composizioni eseguite – Debussy, Dvořák, Ravel, Sibelius, Stravinskij – completate da un collage che ricorda Imaginary Landscape No. 5 di Cage, e titoli di coda accompagnati da una spassosa parodia delle precedenti musiche, forniscono lo spunto a Bozzetto per ideare racconti visivi che affrontano tematiche sociali scottanti all’epoca dell’uscita del film: dal consumismo sfrenato alla corsa per il potere alla solitudine dell’uomo moderno.
Angela Carone, Il Saggiatore musicale
Allegro non troppo, gioiello d’animazione già di per sé improbabile nell’Italia degli Anni Settanta e realizzato con un piccolo budget, riuscì non solo a seguire le impronte di Fantasia (1940) di Walt Disney, ma perfino a superarle per umorismo irriverente e intuizioni estetiche, capaci di trasformare una partitura musicale in un racconto satirico e antropologico.
Emanuele Nicola Aria, Artribune


