La famiglia

Quello della famiglia è un tema ricorrente e sempre attuale, nel mondo del cinema: comune a tutti, a volte protagonista, a volte sfondo per altre tematiche che guadagnano in questo modo l’attenzione di pubblici differenziati. Non è una critica, ma una silente messa in discussione di tutto il socialmente accettabile, che lascia parlare direttamente i conflitti, le responsabilità e il concetto di unione, di pari passo con un mondo che cambia e fa largo a nuove forme di relazione. Che si limiti a fornire contesto o che la rappresenti come soggetto, il cinema si fa casa per la rappresentazione poliedrica e sfaccettata della famiglia, lasciando aperte le tende affinché tutti possano vedervi attraverso e cogliere ciò che le relazioni sono realmente: per riconoscersi, o riconoscere, la legittimità delle situazioni altre, oltre l’immagine patinata della “famiglia tradizionale”.

La famiglia che ti capita: dinamiche disfunzionali

«Ci sono due tipi di persone, in questo mondo: vincitori e perdenti». Questo il mantra di Richard Hoover, padre della famiglia protagonista di Little Miss Sunshine (2006), film di debutto alla regia per Jonathan Dayton e Valerie Faris. Il motto motivazionale viene smontato pezzo per pezzo lungo tutto il corso della pellicola, un road movie che unisce in una rocambolesca avventura gli imperfetti membri di una famiglia, uniti per supportare il sogno della piccola Olive di partecipare ad un concorso di bellezza. Tutti accomunati dalle proprie vulnerabilità, come difficoltà psicologiche, problemi con le droghe e l’insuccesso nella corsa verso i propri obiettivi, anziché diventarne vittime e distaccarsi emotivamente gli uni dagli altri, costruiscono anche grazie ad esse un senso di convivenza e accettazione che rende le ammaccature una normalità, oltre la convenzionale immagine di nucleo familiare come forma ultima del successo individuale.

La faccia opposta della medaglia è la fuga da quelle dinamiche che possono rivelarsi distruttive per il nucleo. Storia di un matrimonio (2019), di Noah Baumbach, è il dramma che ha per “lieto fine” una cesura: in una società che riconosce sempre maggior fluidità ai rapporti interpersonali, il concludersi di un matrimonio elimina la famiglia che da esso scaturisce, ma getta le basi per una rinnovata serenità necessaria all’educazione dei figli. I protagonisti Charlie e Nicole, ormai logorati da una storia fatta di sentimenti taciuti, spazi rinnegati e tensioni che sfociano sul piano legale, compiono una scelta che non è un fallimento, ma una ridefinizione di ruoli: la crepa sfalda la coppia, ma non il legame genitoriale, quello che consente ad un figlio di associare la casa ad un luogo sicuro, indipendentemente da quante persone la abitino.

Marriage Story – Storia di un matrimonio (Noah Baumbach, 2019)

La faccia opposta della medaglia è la fuga da quelle dinamiche che possono rivelarsi distruttive per il nucleo. Storia di un matrimonio (2019), di Noah Baumbach, è il dramma che ha per “lieto fine” una cesura: in una società che riconosce sempre maggior fluidità ai rapporti interpersonali, il concludersi di un matrimonio elimina la famiglia che da esso scaturisce, ma getta le basi per una rinnovata serenità necessaria all’educazione dei figli. I protagonisti Charlie e Nicole, ormai logorati da una storia fatta di sentimenti taciuti, spazi rinnegati e tensioni che sfociano sul piano legale, compiono una scelta che non è un fallimento, ma una ridefinizione di ruoli: la crepa sfalda la coppia, ma non il legame genitoriale, quello che consente ad un figlio di associare la casa ad un luogo sicuro, indipendentemente da quante persone la abitino.

L’incomunicabilità con la figura paterna è un tema riconosciuto ed apprezzato, nella cultura di massa, in collegamento con altre questioni come il narcisismo, evidente in Il calamaro e la balena (2005) di Noah Baumbach, l’autorevolezza genitoriale come riflesso della mascolinità tossica riscontrabile in Billy Elliot (2000) di Stephen Daldry, la paternità come possesso e non come rapporto affettivo de Il petroliere (2007), di Paul Thomas Anderson.

Diritto e cura

La rottura sentimentale mette a rischio la struttura familiare. Ma cosa succede, quando a definire la struttura non è solo la quantità di individui che la compongono, ma anche la sua qualità interna? Two Mothers (2013), di Anne Zohra Berrached, esplora le definizioni di madre tra idea tradizionale di istinto materno, biologia, e presenza intesa come cura, raccontando una famiglia omogenitoriale composta da due donne, la cui relazione giunge al capolinea dopo la gravidanza portata a termine con successo tramite fecondazione assistita. Qui la legge non solo pesa sulla tutela del minore durante una separazione, ma anche sulla tutela della madre intenzionale, colei che, insieme alla madre biologica, condivide il ruolo educativo e affettivo, e che, anche in situazioni in cui l’unione persiste, rischia di essere esclusa legalmente dal nucleo, sollevando polemiche riguardo il riconoscimento delle coppie di fatto da parte dello Stato, sulla base del legame e non della biologia.

Sentimental Value (Joachim Trier, 2025)

In Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse (2016) di Hugo Gélin, un errore costringe il padre single Samuel a lottare per un ruolo nella vita della figlia Gloria, a lui affidata anni prima da una vecchia fiamma, e successivamente reclamata dalla stessa con un test del DNA risultato negativo. Ma è troppo tardi per lasciare le vecchie abitudini e intessere nuovi legami: la piccola Gloria è una malata terminale, e a Samuel non importa affatto se non è il sangue ad intrecciare le loro vite. La ricomposizione degli affetti diventa dimostrazione di come la famiglia sia un costrutto sociale che va ben oltre la scienza, in cui giocano un ruolo fondamentale il senso di responsabilità e la costruzione di un rapporto, minato dal diritto che non riconosce determinate famiglie, rendendole più vulnerabili. Sono quelle che, però, al di fuori del canone, possono dimostrarsi non disfunzionali, capaci di meccanismi che a volte sfuggono proprio a ciò che è socialmente accettato. La famiglia che “capita” a volte riesce a dare più della famiglia che “sceglie”.

Oltre il sangue

Un doppio dilemma etico affiora nello svilupparsi della pellicola coming-of-age Juno (2007), di Jason Reitman, dove l’omonima protagonista è un’adolescente incinta alle prese con la scelta del proprio destino prima, e di quello del nascituro dopo, quando scopre che la famiglia adottiva che ha scelto sarà presto “ridotta” ad un’altra madre single come lei. La capacità di intendere e di volere viene ridiscussa dalla brillante Juno, che seppur minorenne, regala la dignità spesso negata alle gravidanze non pianificate, sfidando gli stereotipi che ruotano intorno al concetto di “buona madre” nel riconoscere in autonomia sia i propri limiti in quanto adolescente, sia la validità di un ipotetico futuro nucleo mono-genitoriale: la genitorialità è allora interpretata come istinto, in quanto decisione di portare avanti la gravidanza per una futura adozione, e proteggere in questo modo il figlio, e come scelta, di aiuto e di cura, da parte di chi non può invece averne.

Per il punto di vista dell’adottato incontriamo Saroo, protagonista di Lion (2016), di Garth Davis, che da una classica famiglia che vive ai margini, costretto a una vita di fatica e povertà, si ritrova prima abbandonato in un orfanotrofio, e poi adulto ricostruito, grazie alla sua famiglia di adozione. Come in molti casi simili, il dualismo interno vissuto da chi sa di avere una doppia identità persiste al punto tale da iniziare una ricerca che lo porta al suo villaggio natale, in India. Si dice che genitore è chi cresce un figlio, non chi lo mette al mondo: qualora queste due figure non coincidessero nella stessa persona, ricercare la famiglia di origine è tradimento verso quella di adozione? E accettare la famiglia che la vita assegna, è invece tradimento delle proprie radici?

Two is a family / Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse (Hugo Gélin, 2016)

Legami elettivi: lo schema narrativo della “found family”

Natale con Holly (2012) di Allan Arkush è apparentemente la classica produzione natalizia in stile Hallmark, dove la famiglia e le seconde possibilità sono la ricetta alla base della sceneggiatura. Eppure, con tono leggero, si racconta la paternità sostitutiva non solo come scelta del genitore, ma come scelta del figlio: quando Holly resta orfana e viene affidata alle cure dello zio, il suo giovane caregiver deve adattare la situazione al proprio stile di vita, e per aiutarla come può, inserisce la piccola all’interno della propria rete di affetti. Una casa tutta al maschile, composta da zio Mark e i suoi fratelli, gli amici e la comunità che apprendono la situazione e si attivano per divenire presenza di sfondo, ma costante, nella crescita della minore, che spontaneamente finisce per chiedere al suo tutor di diventare il suo papà. È una trama speculare a Manchester by the Sea (2016) di Kenneth Lonergan, in cui il lutto riapre vecchie ferite impedendo allo zio di instaurare un effettivo rapporto paterno con il nipote orfano, portando alla scelta consapevole di trovare un nuovo tutore che lo sostituisca, senza per questo incrinare il legame familiare che li unisce, anzi, forse per preservarlo al meglio.

In chiave meno rassicurante e mainstream, Un affare di famiglia (2018) di Hirokazu Kore’eda unisce famiglia e legge in una doppia trama: la famiglia per scelta, non legalmente riconosciuta, e la sua costruzione ai margini della società, che porta i membri a sopravvivere con mezzi al di fuori della legalità stessa. Nella Tokyo povera e invisibile, un gruppo di persone vive di espedienti come una grande famiglia, senza alcun legame di sangue: condividono la stessa casa per necessità, e tra un atto illecito e l’altro, si fortificano le relazioni, nutrite da momenti di semplicità e condivisione. Il coinvolgimento di una bambina, “adottata” per salvarla da una famiglia “vera”, ma abusante, è in bilico tra legalità e affetto, e quando i membri della famiglia ritrovata sconteranno le proprie azioni, il ritorno alle origini farà riflettere su quanto, in fondo, la fragilità dell’infanzia sia una fase di vita, ma anche uno spazio da tutelare con la cura. Qualcosa che in fondo, indipendentemente dalla forma, sta alla base di ogni famiglia.

 

Autore

  • Studentessa del corso di laurea magistrale in Comunicazione, informazione, editoria

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