Il Natale nel cinema
È un rapporto di lunga data, quello tra il cinema e il Natale. La magia delle immagini in movimento si accorda alla perfezione al fascino dell’atmosfera natalizia, un connubio che ci ha restituito grandi immagini capaci di riflettere sul senso e sul non-senso di questa festività. Da un lato, rappresenta un momento di speranza e leggerezza, di riunione famigliare. Dall’altro, fonte di ipocrisie e contraddizioni, di bugie e segreti che vengono a galla. E proprio il cinema ha contribuito a smascherare un ideale di famiglia perfetta dietro la quale i problemi si nascondono come la polvere sotto il tappeto, e a mettere in luce la tensione, nella società moderna, tra la spiritualità e consumismo.
La famiglia e il Natale: tradizionale, disfunzionale, inaspettata
La famiglia è il filo rosso di gran parte dei film di Natale, spesso patinata e avvolta da un’aura calorosa di amore, risate e buoni sentimenti. Il caso esemplare è rappresentato da It’s a Wonderful Life – La vita è meravigliosa (1946) di Frank Capra, grande classico stagionale del cinema hollywoodiano. Il film affronta le difficoltà della vita con ottimismo e speranza riaffermando i valori di solidarietà e bontà d’animo tipici di questa festività. Attraverso il protagonista George Bailey (James Stewart) seguiamo una storia di redenzione in un contesto legato al dramma della Grande depressione e della Seconda guerra mondiale. George, senza più speranze e in bancarotta, è sull’orlo del suicidio e viene salvato da un angelo che gli fa capire l’impatto profondo che la sua vita ha avuto su tutti i membri della comunità di Bedford Falls, la cittadina in cui è nato e vissuto. Il film trasmette il più puro dei messaggi di speranza, e come in Miracle on 34ª Street – Miracolo della 34ª strada – nell’originale dei 1947 di George Seaton e nel remake del 1994 di Les Mayfield con David Attenborough come protagonista – tutto si risolve per il meglio e ogni problema si scioglie in una rinnovata consapevolezza, tipicamente statunitense, della fede in Dio e della famiglia come valori fondanti della società. Tutto all’opposto si colloca invece Bad Santa – Babbo bastardo (2003) di Terry Szwigoff, con Billy Bob Thornton nei panni di un Babbo Natale ladro, spesso sbronzo, scurrile, cinico e politicamente scorretto. Ma soprattutto, terribilmente solo. Un atto d’accusa contro il Natale “favolistico” che diventa palcoscenico delle falsità, delle buone intenzioni e, in sostanza, dell’ipocrisia sociale.

Caso anomalo di un Natale in famiglia è invece quello di Parenti serpenti (1992) di Mario Monicelli. Il regista romano tratta la famiglia come un diamante grezzo e logorato nel quale si intravedono riflessi oscuri raccontati con cinismo e tagliente ironia. Un perfetto esempio di decostruzione del classico film natalizio: attraverso una tipica riunione di famiglia per le festività si riflette sulla disfunzionalità di questa istituzione e sull’artificialità dei rapporti che spesso la caratterizzano. In continuità con la tradizione della commedia italiana, la famiglia si fa specchio di un Paese intero: della sua frivolezza, della sua “decorosa” ipocrisia, tutta forma e niente sostanza. È il Natale secondo Monicelli.
Altro titolo che si colloca nel filone della reunion familiare di Natale in cui emergono drammi, conflitti e rancori irrisolti è il più recente Un conte de Noël – Racconto di Natale (2008) del regista francese Arnaud Desplechin, dove la festività diventa lo spazio tutt’altro che magico per una resa dei conti emotiva. Una riflessione drammatica sulla famiglia attraverso il Natale che rimanda, pur nella loro diversità, a ciò fece il regista svedese Ingmar Bergman con Fanny e Alexander (1982).
“A Natale siamo tutti più buoni”, è il ritornello logoro di questo periodo. Affetto, condivisione, altruismo. Ma come conciliare queste premesse con la brutalità, l’ingiustizia e l’odio che consumano il mondo anche durante gli ultimi giorni dell’anno? Anche quando i legami con le persone che amiamo sbiadiscono? Satoshi Kon risponde a queste domande con il film di animazione Tokyo Godfathers (2003), attraverso il quale non ci illude che tutti siano buoni e che tutto vada bene ma ci sbatte in faccia una realtà cruda e brutale, spostando l’attenzione da salotti e tavole imbandite alle strade di Tokyo. Ci troviamo così a seguire le vicende di tre senzatetto che ritrovano un bambino abbandonato e intraprendono un viaggio per restituirlo ai genitori. In questo caso la famiglia è lo spettro che aleggia dietro ogni personaggio, fonte di traumi e colpe. Il film alterna un tono cupo e drammatico a una comicità assurda e spesso improvvisa, pur non rinunciando a una leggerezza tipicamente natalizia. È una favola moderna sullo spessore dei legami umani, scoperti o riscoperti.

Gli spiriti del Natale
Se per voi il natale è un momento semplice, fatto di amore ed empatia verso il prossimo, sappiate che siete più simili al Grinch di quanto immaginiate. Il Grinch (2000) di Ron Howard è il remake del mediometraggio animato Come il Grinch rubò il Natale (1966) di Chuck Jones, basato sull’omonimo libro di Theodor Seuss. Abitante di Chinonsò, a differenza di tutti i suoi compaesani Nonsochì lui odia assiduamente il Natale, e il suo enorme astio lo porta ad avere il cuore di ben due taglie più piccolo. Il film è un ritratto di un Natale in trasformazione, che perde di vista i suoi valori per farsi festività dello “spirito del guadagno”. Mania degli acquisti, frenesia consumistica: tra i Nonsochì tutti conducono una gara all’accumulo e allo sfarzo. La purezza è in questo caso propria dell’infanzia, e risiede nella piccola Cindy Lou, incarnazione del “vero” spirito del Natale, colei che è in grado di vedere il buono anche nel temibile Grinch. È questo che cambia le sorti di un Natale “snaturato”: sono i legami autentici tra le persone, e l’apertura di uno spazio per riconsiderarli, che danno a questa festività un vero significato. La pellicola critica aspramente un modello di società concentrata solo sull’aumentare dei beni materiali, una società che è riuscita a trasformare il Natale nella festa del consumismo per eccellenza: il Grinch non odia il Natale in sé, odia tutto ciò che è diventato: la maschera di una società priva di valori e significato.

Una delle storie natalizie più famose di sempre, forse l’archetipo di tutte le storie di Natale, e degli spiriti del Natale, è Canto di Natale di Charles Dickens, così ampiamente riadattato per il grande e il piccolo schermo. Tra le versioni più memorabili si può citare senz’altro Mickey’s Christmas Carol – Canto di Natale di Topolino (1983) di Burny Mattinson, mediometraggio animato con il mitico Paperon de’ Paperoni nei panni dell’avaro Ebenezer Scrooge e Topolino nei panni del suo impiegato Bon Cratchit. Nonostante la breve durata di appena trenta minuti, il film riesce a scaldare il cuore e trasferire buona parte della profondità del grande racconto dickensiano. A partire dai suoi tre memorabili spiriti. Meritevole di menzione anche il più recente A Chrismas Carol (2009) di Robert Zemeckis, che cinque anni prima aveva già diretto il film di animazione Polar Express (2004).
Anomalie natalizie
Parlando di spirito del Natale, quale film se non Trading Places – Una poltrona per due (1983) di John Landis è in grado di evocarlo meglio? Vero e proprio fenomeno televisivo del periodo natalizio, con la sua messa in onda puntuale e ormai liturgica è riuscito nell’impresa di diventare il film natalizio per eccellenza. Commedia ambientata a New York che fa leva sull’esilarante incontro/scontro tra i protagonisti, Eddie Murphy e Dan Aykroid, ancora oggi è in grado di problematizzare il grande mito del capitalismo occidentale, del self-made man, la contraddizione degli Stati Uniti reganiani – di cui le società di oggi coltivano l’eredità – in cui a dispetto della capacità personali è sempre il contesto a sancire la fortuna e la disfatta personale: non si è mai soli artefici del proprio destino. I temi del razzismo e del classismo animano così una storia natalizia di rivincita e nuova consapevolezza del proprio valore, a dispetto del riconoscimento altrui. Gli anni Ottanta hanno regalato un altro dei più atipici cult natalizi di sempre, Gremlins (1984) di Joe Dante, commedia dalle tinte horror che, tra le righe, riesce a raccontare le controindicazione della pulsione al possesso e al soddisfacimento, ad ogni costo, dei propri desideri. Un film che sembra suggerirci: attenti a ciò che desiderate.

Un altro film che si è fatto immancabile liturgia televisiva è senz’altro Home Alone – Mamma ho perso l’aereo (1990) di Chris Columbus. La pellicola ha fatto sognare generazioni di bambini di rivivere le stesse avventure di Kevin (o forse solo di ritrovarsi a casa da soli e senza regole per giorni e giorni?) in cui il Natale torna a essere un momento di riscoperta dei legami familiari a fronte della difesa di un territorio sacro e inviolabile, luogo di culto laico: la proprietà privata domestica.
Se con Kevin il problema era la costrizione nella propria casa, nel recente The Holdovers – Lezioni di vita (2023) di Alexander Payne, la situazione è simile ma opposta: l’impossibilità di rientrare in famiglia, costretti a rimanere a scuola. La famiglia qui è del tutto atipica, casuale e raffazzonata dalle circostanze che vedono un alunno, un professore e una cuoca imparare a convivere, volenti o nolenti. Una commedia che lascia sempre in bilico tra la risata e il pianto, felicità e malinconia. In fin dei conti, le due dimensioni in cui spesso si articola l’esperienza del Natale.


