Carcere e marginalità

Il cinema è da sempre uno strumento straordinario, capace di dare vita a mondi inimmaginabili e, al tempo stesso, raccontare anche realtà dimenticate – talvolta colpevolmente – dalla società. Ciò lo rende un mezzo dalle forti implicazioni sociali, necessario e irrinunciabile. La realtà carceraria, fortunatamente, non fa eccezione. La settima arte è riuscita da un lato, grazie alla sua leggerezza e fantasia, a porsi come formidabile veicolo di speranza, dall’altro come una preziosa lente di ingrandimento su un mondo troppo spesso segregato ed escluso. Il cinema, a differenza della maggior parte delle persone, negli anni è riuscito sempre più ad avvicinarsi fisicamente a questo mondo sospeso, laddove le certezze e gli stereotipi iniziano a vacillare e incrinarsi, riuscendo a vedere e mostrarci ciò che si nasconde dietro quel muro: la realtà concreta – e non solo giudiziaria – del sistema carcerario.

Le ali della libertà (Frank Darabont, 1994)

L’umanità come resistenza

Il carcere non deve ridursi alla sua mera dimensione afflittiva, calpestando la dignità dei reclusi: è giusto che questi scontino il proprio debito nei confronti della giustizia, ma ciò deve avvenire senza perdere la speranza e la possibilità di voltar pagina e ricominciare. La speranza è protagonista di Le ali della libertà (Frank Darabont, 1994), incarnata nel personaggio di Andy Dufresne, per cui la speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose, e nessuna cosa buona muore mai. Un’idea opposta a quella dell’amico Red, che invece la considera pericolosa, capace di far impazzire un uomo. Questo contrasto di vedute attraversa tutta la pellicola, in cui gli eventi sembrano dare ragione prima a uno e poi all’altro. Emblematica la storia di Brooks, “istituzionalizzato” dal carcere di Shawshank, incapace di reinserirsi in una società che va troppo veloce per lui. Ormai non è più nulla: la prigione era tutto il suo mondo. Andy nel corso di quasi un ventennio di reclusione, nonostante le ingiustizie e le violenze di cui è testimone e vittima, sceglie sempre di fare del bene, rendendo la vita più sopportabile agli altri detenuti. Li avvicina alla letteratura e alla musica, insegna loro a leggere, li aiuta a diplomarsi. Dufresne non lo fa solo per offrire momenti di svago o per tenere la mente occupata, ma anche perché crede profondamente che attività come queste possano aiutare i detenuti a ricordare chi sono: uomini, capaci ancora di credere nella speranza e nella libertà, di sentirsi come tutti gli altri. Anche se il carcere prende gran parte delle loro vite, non potrà mai togliere loro la speranza. Ed è questa resilienza ostinata, quasi cieca, che porta Andy a superare ogni ingiustizia, a partire dall’errore giudiziario che gli ha tolto vent’anni, sino alla fuga e alla rinascita. Perché, come egli stesso afferma, in carcere o fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire. Andy Dufresne ha scelto sempre la prima opzione, dando vita a un racconto di speranza che ispirerà tutti i suoi compagni reclusi. Il tema della redenzione, del perdono e della solidarietà umana – questa volta di fronte alla terribile colpa di un efferato criminale – emerge con altrettanta forza in Dead Man Walking (Tim Robbins, 1995) in grado di interrogare lo spettatore sul difficile concetto di giustizia.

Fuga da Alcatraz (Don Siegel, 1979)

La solidarietà come via di fuga

Se in Le ali della libertà la speranza è la chiave per un’evasione interiore, in altri film sul carcere la fuga assume un valore più concreto e collettivo, essendo l’unico modo per riconquistare la propria dignità. È il caso di Fuga da Alcatraz (Don Siegel, 1979), in cui l’omonimo penitenziario si rivela un luogo tremendo e disumano: “Se disobbedisci alle regole della società, ti mandano in prigione. Se disobbedisci alle regole della prigione, ti mandano da noi”. Una realtà in cui persino parlare con gli altri detenuti o svolgere un lavoro è considerato un privilegio. Alcatraz è un centro che punta alla creazione di buoni detenuti, non di buoni cittadini, in cui l’unico compito dell’uomo è scontare la pena. Un contesto del genere porta solo a due esiti: o tira fuori da te la forza, o ti spezza in due. Per questo Frank Morris decide di tentare l’impossibile: vale la pena rischiare, se si desidera davvero qualcosa. Non sapremo mai se l’impresa di Morris sia davvero riuscita, ma la sua tenacia e la collaborazione che nasce tra i detenuti dimostrano che nemmeno i contesti più disumani possono spegnere il bisogno umano, quasi fisiologico, di condivisione, convivenza e
solidarietà.

Il carcere come laboratorio di umanità

Il tema della fuga trova una declinazione più corale ne La Grande fuga (John Sturges, 1963), dove l’evasione non è soltanto un gesto di ribellione personale, ma un progetto collettivo fondato su solidarietà e spirito di collaborazione. I protagonisti della vicenda potrebbero scegliere la via individuale, fuggendo da soli e accontentandosi della salvezza personale; eppure decidono di rischiare tutto per una libertà condivisa, organizzando la fuga di oltre duecento detenuti. Questa scelta trasforma il campo di prigionia in un laboratorio di cooperazione, in cui ogni ruolo – lo scavatore, l’ingegnere, il falsificatore, il ricettatore, perfino il sarto – diventa indispensabile al successo comune. Il film ribadisce più volte questa idea di fratellanza: Robert Hendley si prende cura di Blythe, ormai cieco, accompagnandolo nel tunnel e fuori dal campo; altri prigionieri, pur riuscendo a scappare, si sacrificano per aumentare le possibilità di sopravvivenza del capitano Roger Bartlett; mentre Hilts, una volta libero, sceglie di tornare nel campo per aiutare i compagni rimasti. Così La grande fuga ribalta la logica dell’evasione come gesto egoistico: la libertà non è più soltanto sopravvivenza individuale, ma una responsabilità collettiva, un appiglio che permette di restare umani anche dentro il sistema più disumanizzante. La dimensione collettiva è centrale anche in Cesare deve morire (Paolo e Vittorio Taviani, 2012), dove emancipazione, riscatto e riflessione sulla complessità della natura umana passano attraverso l’arte e l’interpretazione scespiriana dei detenuti di Rebibbia.

Papillon (Franklin J. Schaffner, 1973)

Dalla speranza all’istituzionalizzazione

Dal dopoguerra agli anni Novanta, per il cinema il carcere è stato un campo di prova morale, in cui l’uomo, per quanto schiacciato non perde mai la propria dignità. Si crede ancora nella solidarietà umana e nella speranza, che come abbiamo visto sono spesso i fondamenti su cui si basano le fughe più epiche e le resistenze più strenue. Film come Papillon (Franklin J. Schaffner, 1973) dimostrano che dal carcere si può fuggire diventando, o rimanendo, persone: il dolore assume così un senso, diventa il trampolino per il riscatto. Con il cinema contemporaneo, però, tutto cambia. Film come Il miglio verde (Frank Darabont, 1999), che lega l’umanità e la speranza a una dimensione quasi metafisica, rappresentano l’ultima stagione in cui il carcere viene visto come luogo di redenzione possibile e anticipano lo sguardo più disilluso del cinema successivo. Nelle opere più recenti lo sguardo si fa più spietato, psicologico e politicamente connotato: l’individuo, che un tempo poteva cambiare le cose, ha ormai perso fiducia nelle istituzioni e nella trasformazione dell’uomo, accettando il sistema, per quanto marcio e assurdo possa essere. L’umanità sopravvive solo in piccoli e straordinari gesti di empatia, all’interno di un meccanismo che è diventato ormai una metafora del mondo stesso: bloccato, burocratico, istituzionalizzato, come direbbe Red. Film come Hunger (Steve McQueen, 2008) raggiungono l’apice nel racconto di un luogo che sembra non riuscire a essere nient’altro che un luogo di annientamento, del corpo prima ancora che dello spirito.

Il miglio verde (Frank Darabont, 1999)

Umanità al buio

Nel contesto contemporaneo il carcere è diventato uno spazio specchio della società, anch’essa immobile, e nega ogni possibilità di cambiamento e di evasione. Se in film come Il profeta (Jacques Audiard, 2009) il carcere era un laboratorio di cinismo e formazione criminale, in Ariaferma (2021, Leonardo Di Costanzo), la prigione non è più teatro di grandi imprese, ma un luogo di attesa e di confronto silenzioso tra individui costretti a condividere la stessa clausura. Un carcere in dismissione, a causa di un intoppo burocratico, diventa un luogo sospeso, separato dal mondo reale: una bolla in cui detenuti e agenti si trovano a vivere la stessa reclusione. Anche le guardie, in fondo, ora sono in carcere. Tra loro spicca Gaetano Gargiulo, un’anima delicata, che a differenza dei colleghi mette in dubbio la regola classica della separazione. Pur non avendo colpe da espiare, prova gli stessi sentimenti dei detenuti, condividendone le fragilità: comprende il dramma del giovane Fantaccini, siede a tavola con i prigionieri, partecipa a un’umanità che sembra, per un istante, possibile. Finché le luci sono spente si crea un insolito clima di convivialità: si ride, si brinda, come in una cena qualsiasi. Poi le luci si riaccendono, la grande tavola torna ad essere un ammasso di banchi da riportare in cella, e il silenzio glaciale ristabilisce le distanze. L’assurdità di questa scena resta però impressa nella mente dello spettatore, che non può fare a meno di chiedersi, come Carmine Lagioia chiede a Gargiulo: “A che cosa servono le formiche che non fanno niente? Se non servissero proprio a niente, non si sarebbero già estinte?” È una domanda che vale per l’intero sistema carcerario moderno, fatto di contraddizioni e di false separazioni: un mondo solo in apparenza lontano dal nostro, ma che in realtà dice di noi tutto ciò che è necessario sapere.

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