Il tempo che ci rimane
DATI DI PRODUZIONE
Titolo originale: The Time That Remains. Paese: Regno Unito, Italia, Belgio, Francia. Anno: 2009. Durata: 109’. Regia: Elia Suleiman. Soggetto: Elia Suleiman. Sceneggiatura: Elia Suleiman. Produzione: Michael Gentile. Casa di produzione: The Film, Nazira films, Artemis productions, BiM Distribuzione, France 3 Cinema, RTBF, Belgacom. Fotografia: Marc-André Batigne. Montaggio: Véronique Lange. Effetti speciali: Pini Klavir. Musiche: Matthieu Sibony. Scenografia: Sharif Waked. Costumi: Judy Shrewsbury. Trucco: Sigalit Grau. Interpreti: Ali Suleiman (fidanzato di Eliza), Elia Suleiman (se stesso), Saleh Bakri (Fuad Suleiman), Samar Qudha Tanus (moglie di Fuad), Menashe Noy (il tassista), Lotuf Neusser (Abu Elias), Amer Hlehel (Anis), George Khleifi (sindaco), Yasmine Haj (Nadia), Ziad Bakri (Jamal) Shafika Bajjali (moglie di Fuad da anziana), Zuhair Abu Hanna (Elia Suleiman da bambino), Ayman Espanioli (Elia Suleiman da adolescente), Leila Mouammar (Thuraya), Isabelle Ramadan (zia Olga).
SINOSSI
Nazareth, 1948: con la proclamazione dello stato di Israele e la prima Nakba, migliaia di palestinesi sono costretti a lasciare la loro terra madre, mentre altri invece decidono di rimanere, come Fuad, guerrigliero della resistenza che combatte dietro le quinte per la liberazione del suo paese e che nell’arco della sua vita trasmette i propri valori al figlio Elia. Divisa in 4 atti, Il tempo che ci rimane è una satira semiautobiografica che segue la quotidianità di una famiglia palestinese in terra occupata.
TRAILER
COMMENTO
Ispirato dai diari di suo padre e dalle lettere scritte dalla madre, Elia Suleiman ci fa ripercorrere gli stessi passi della sua famiglia all’interno della Palestina occupata/nuovo stato di Israele, dagli arresti immotivati di cittadini disarmati, ai cori sionisti nelle scuole primarie; lo spettatore si ritrova così ad assistere alla violenza ingiustificata, e a fare il tifo per Fuad (Saleh Bakri), che con il suo spirito ribelle si rifiuta di abbandonare i suoi ideali nazionalisti, e anzi, li trasmette a suo figlio Elia, il cosiddetto “Present absentee”, che con la sua presenza completamente muta, dona un silenzio quasi poetico alla storia, e da spazio a chi guarda di immedesimarsi in lui. Per il regista, che inserisce elementi di sarcasmo ed ironia nella sua opera, come i pettegolezzi di zia Olga o il carro armato che segue ogni movimento dell’uomo che butta la spazzatura, la risata è una forma di resistenza di fronte all’oppressione e alla disperazione, è un segno di speranza. Nonostante la violenza e la divisione creata da quelle circostanze, l’umanità di alcuni personaggi riesce comunque a manifestarsi, come la suora che dà da bere ai catturati, o proprio Fuad che salva il soldato israeliano dopo l’incidente sul ponte. Con questo film, Suleiman ci aiuta a riflettere, a non dare per scontato la libertà che ci è donata, e di apprezzare anche i momenti più ordinari della vita.
PREMI
- Asia Pacific Screen Awards 2009: gran premio della giuria
- Festival internazionale del cinema di Mar del Plata 2009 miglior regia
CRITICA
Il quarto lungometraggio di finzione del palestinese Elia Suleiman è un delizioso racconto parzialmente autobiografico, che guarda dall’interno una realtà difficile e controversa (la condizione della popolazione araba israeliana, l’eterno conflitto israelo-palestinese) rileggendola sotto la lente di un umorismo agrodolce ma al contempo spietato.
—Longtake
Il racconto intimo di Elia Suleiman è anche la cronaca poetica e affascinante di un (non)paese, che si dipana con immagini di straordinaria efficacia.
—Luca Liguori, Movieplayer
Attraverso il racconto di una vicenda tutta familiare, Elia Suleiman sintetizza ed esemplifica la storia della Palestina dal 1948 ai giorni nostri. Rifugge dalla retorica e da pretese di lugubri realismi, sfruttando invece con grande abilità i registri dell’assurdo e del non-sense.
—Federico Gironi, Comingsoon


