12 anni schiavo

DATI DI PRODUZIONE

12 Years a Slave, di Steve McQueen, Stati Uniti d’America/Regno Unito (2013)

Sceneggiatura: John Ridley; soggetto: tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Solomon Northup; produttori: Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Bill Pohlad, Steve McQueen, Arnon Milchan, Anthony Katagas; fotografia: Sean Bobbitt; montaggio: Joe Walker; scenografia: Adam Stockhausen, David Stein, Alice Baker; costumi: Patricia Norris; colonna sonora: Hans Zimmer.

Interpreti: Chiwetel Ejiofor (Solomon Northup), Michael Fassbender (Edwin Epps), Lupita Nyong’o (Patsey), Brad Pitt (Samuel Bass), Paul Dano (John Tibeats), Benedict Cumberbatch (William Ford), Paul Giamatti (Theophilus Freeman), Alfre Woodard (Harriet Shaw), Sarah Paulson (Mary Epps).

SINOSSI

1841: Solomon Northup, talentuoso violinista nero, vive libero nella cittadina di Saratoga Springs, nello stato di New York, insieme alla moglie Anna e ai figli Margaret e Alonzo. Ma un giorno, attraverso un inganno, Solomon viene rapito, imprigionato, e privato dei suoi documenti. Trasferito in Louisiana, l’uomo viene ridotto a schiavo fino al 1853, lavorando per tre diversi padroni. Durante questi dodici anni di umiliazioni, violenza e sopraffazione, Solomon tenta di sopravvivere e lotta duramente per salvare la propria dignità di uomo libero.

TRAILER

COMMENTO

Vincitore del premio più ambito nella notte degli Oscar del 2014, 12 anni schiavo di Steve McQueen è il ritratto, crudo e drammatico, della vera storia di Solomon Northup, uomo libero ridotto in schiavitù per dodici anni, al termine dei quali si è fatto portavoce della causa abolizionista. La pagina nera dello schiavismo negli Stati Uniti è sempre dura da leggere, nonostante il cinema affronti il tabù da diversi decenni. Dinnanzi a uno spettatore ben conscio degli orrori che si sono consumati nelle abitazioni coloniali e nei campi di cotone, McQueen elabora un’accurata riflessione sulla corporeità degradata di donne e uomini considerati inferiori a causa del colore della loro pelle, rielaborando quei temi già affrontati nei precedenti Hunger (2008) e Shame (2011). Gli estenuanti longtake che mostrano le violenze perpetrate su corpi magri ed esausti si contrappongono al candore del cotone che cresce nelle piantagioni degli schiavisti, con il verde acceso dei campi non ancora coltivati, i quali entrano in contrasto, a loro volta, con i primissimi piani sugli occhi languidi di Chiwetel Ejiofor, nei panni di Solomon. Nello scavare in una ferita non ancora rimarginatasi, 12 anni schiavo non scade nel moralismo autocelebrativo, bensì indaga con crudo realismo il dramma della schiavitù adottando soluzioni stilistiche che lasciano un’impronta indelebile nella carne dello spettatore.

PREMI

  • Premi Oscar 2014: Miglior film (Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Steve McQueen, Anthony Katagas), Miglior attrice non protagonista (Lupita Nyong’o), Miglior sceneggiatura non originale (John Ridley);
  • Golden Globe 2014: Miglior Film drammatico (Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Steve McQueen, Anthony Katagas);
  • BAFTA 2014: Miglior Film (Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Steve McQueen, Anthony Katagas), Miglior attore protagonista (Chiwetel Ejiofor);
  • Critics’ Choice Movie Award 2014: Miglior Film (Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Steve McQueen, Anthony Katagas), Miglior attrice non protagonista (Lupita Nyong’o), Miglior sceneggiatura (John Ridley).

CRITICA

Il film è spietato, ha scene di violenza fisica e psicologica quasi insopportabili, ma mai quanto fu nella realtà. La sapienza del regista è quella di darci un’opera di fattura classica, per attanagliarci alla sorte di Solomon: che non vuole solo sopravvivere, ma tornare a vivere nella libertà. Sulla bella faccia di Chiwetel Ejofor passano tutti i sentimenti dal dolore alla speranza, dal sentirsi schiavo come gli altri ma anche uomo libero, che deve nascondere di saper leggere e scrivere per non essere ucciso.

– Natalia Aspesi, la Repubblica

In 12 anni schiavo, come nelle opere precedenti, McQueen non soffoca l’emotività complessa e contraddittoria dei suoi personaggi e delle sue storie, non teme di impantanarsi nella retorica, ma sfrutta appieno le potenzialità comunicative delle immagini, delle performance attoriali, della colonna sonora. Il cinema di McQueen riesce a essere fisico e cerebrale, asciutto e melodrammatico, politico e minimalista. E riesce, soprattutto, a osservare la realtà a trecentosessanta gradi, fissando sulla pellicola lo sguardo di un benestante uomo libero, strappato alla sua vita, reso schiavo e trascinato in una disumana odissea

– Enrico Azzano, Quinlan

 

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11 thoughts on “12 anni schiavo

  1. È stato molto difficile rivedere questo film estremamente toccante. Fa male vedere queste scene che purtroppo non raccontano solo la storia della schiavitú negli Stati Uniti, ma sono attualità. Come ha proposto la professoressa Scevi la schiavitú esiste ancora oggi ed è necessaria una cultura del prevenire!

     
  2. Il film ‘ 12 anni schiavo’ è un film che ti lascia il segno.
    Le scene del film sono state costruite per lasciare lo spettatore sempre col fiato sospeso; all’inizio del film vengono sovrapposte immagini di vita quotidiana, di musica, allegria della vita di Solomon prima del rapimento ad immagini scure, silenziose dove l’unico rumore è quello delle catene che stringono le mani e i piedi del protagonista.
    Molte scene, quelle più impattanti, vengono mostrate agli occhi dello spettatore per un periodo prolungato, tra queste, sicuramente troviamo la scena in cui Solomon rimane impiccato all’albero per un’intera giornata e quella della flagellazione della povera schiava Patsey.
    Questo prolungamento non è casuale, serve a mostrare l’indifferenza delle persone che prendono parte alle scene le quali non vogliono e, spesso, non possono intervenire.
    Gli schiavi del film sono trattati come delle bestie, privati di ogni bene nonché di dignità e libertà, le famiglie vengono divise, i bambini strappati alle mamme, il tutto per portare ai bianchi schiavisti un guadagno economico.
    La differente logica tra schiavisti e abolizionisti è ben visibile nel dialogo finale tra Samuel Bass e Edwin Epps, Samuel è contro la schiavitù, sarà lui a portare in salvo Solomon, per lui : ‘Non c’è nulla di giusto e virtuoso nel comprare degli schiavi, i bianchi non hanno diritti sui neri, la legge è sbagliata, non c’è alcuna differenza tra bianchi e neri, entrambi sono essere umani.’ di fronte a questo affronto tutto ciò che Edwin è in grado di ribattere è ‘Nessun peccato, un uomo fa quello che vuole con ciò che gli appartiene’.

    La logica di appartenenza è ancora presente oggi nel 2024 nonostante l’abolizione della schiavitù sia un dato di fatto riconosciuto dal mondo.
    Purtroppo oggi si sono sviluppate nuove forme di schiavitù che il pianeta ha l’obbligo di contrastare, schiavitù sessuale, da lavoro … tutte forme incentrate a privare l’individuo di movimento e azione.
    Per contrastare queste nuove forme di schiavitù è necessario introdurre delle norme per liberare i ‘nuovi schiavi’ e per prevenire la produzione di beni e servizi da parte di tali soggetti così come diminuire la domanda e l’offerta di tali beni.

     
  3. 12 anni schiavo racconta una storia rara perché rari sono stati i casi in cui le vittime sono riuscite a tornare a casa per raccontare la propria storia. Questo fa riflettere su quante storie del genere siano state perdute e dimenticate. Queste storie continuano però ad accadere e ad andare perdute sotto i nostri occhi ancora oggi. Credo che questo legame tra passato e presente sia pienamente espresso in una delle ultime scene del film, in cui il protagonista dopo aver chiesto di nuovo aiuto per inviare una lettera, guarda direttamente nella telecamera. Per me questo è stato il momento di maggiore impatto del film, perché lega la situazione del film (non solo del personaggio, ma anche della figura storica che ha davvero passato tutto ciò) al nostro presente. È un momento di empatia totale, in cui il personaggio sa di essere visto e ci guarda a sua volta: ci chiede di condividere la sua sofferenza e la sua ultima speranza di essere salvato. È quello sguardo che, allo stesso tempo, ci fa guardare dentro e ragionare su una realtà che crediamo chiusa nel passato, ma che è invece intorno a noi.

     
  4. Il film “12 anni schiavo” è un viaggio travolgente attraverso l’ingiustizia e il coraggio umano. Ti cattura emotivamente al punto da metterti in difficoltà di fronte alla violenza e alla sofferenza legata al fenomeno dello schiavismo lasciando una impronta indelebile nel cuore dello spettatore. Mi ha fatto riflettere la distinzione tra le vittime ormai totalmente assorbite dal sistema schiavista che non avevano forza di lottare per la propria libertà e gli altri che, volendo tornare uomini liberi come lo stesso protagonista, sono pronti a rischiare la loro stessa vita.

     
  5. Rivedere questo film è stato come vederlo per la prima volta, le emozioni che riesce a farti provare sono indescrivibili, un pugno in pancia costante. Per di più il fatto che sia una storia vera rende tutto più difficile e chissà quante storie come queste sono state vissute e quante persone stanno tutt’ora vivendo queste situazioni.
    Commentare è difficile, non si può che elogiare il lavoro fatto.

     
  6. C’è un elemento in “12 anni schiavo” che mi ha colpita particolarmente: il potere inoppugnabile della parola. E, anche in questo caso, la medaglia del potere nasconde un’altra faccia. Se la parola, il racconto della propria vita e la lettera da esso tratta sono per Solomon la salvifica tenaglia in grado di spezzare definitivamente le catene della schiavitù, il Verbo, la Bibbia, nella sua erronea interpretazione, è d’altra parte la “sacra” e diplomatica scusa dietro la quale si nascondono schiavisti, trafficanti, razzisti e cittadini poveri di spirito. La parola è prigionia ma è anche libertà, dipende da che punto di vista la si legge. Raccontando la propria storia, Solomon Northup si è liberato due volte: la prima ha liberato il proprio corpo, la seconda, dando alle stampe alla propria autobiografia, ha liberato la propria anima.

     
  7. È difficile oggi immaginare come un uomo come tutti noi si sia ritrovato dall’oggi al domani a perdere la sua libertà per un pugno di soldi; perché è questo che è successo a Solomon, il protagonista di questo film, che ha dovuto per 12 lunghi anni cercare di non soccombere nell’oscurità di un fenomeno che ha cambiato la vota di migliaia di persone di colore e quella anche dei loro discendenti.
    Il film nella sua crudezza mostra quella che era la sorte degli schiavi che non venivano uccisi durante il viaggio; dall’arrivo alla vendita, seguito dal lavoro nei campi alle punizioni con la frusta che anche un uomo istruito come Solomon non ha potuto evitare.
    Ho trovato la scelta del film molto interessante per discutere di un tema che ancora oggi è presente seppur in altre forme, perché non dobbiamo dimenticare che tutti siamo umani e che nessuno ha il diritto di decidere chi può e chi non può essere libero.

     
  8. “12 anni schiavo” racconta la vita tormentata di Solomon, che viene rapito e venduto come schiavo. Film molto toccante e drammatico, potremmo definirlo un pugno nello stomaco per la crudezza di molte scene. Tutto gira attorno alla parola libertà, che è da raggiungere, conquistare o con la quale si nasce. La storia del protagonista è rara, in quanto è stato uno dei pochi a riacquistare la propria libertà. Purtroppo il film pone una lente di ingrandimento su un problema ancora oggi molto diffuso nel mondo: la schiavitù e la tratta degli e la tratta degli esseri umani. La libertà e la dignità sono diritti che in molti paesi non esistono, sono da conquistare con i denti.

     
  9. 12 anni schiavo è un film molto drammatico basato su una storia vera. Questo film infatti è tratto dall’autobiografia di Solomon Northup, una persona che, come dice il titolo del film, è sopravvissuto a 12 anni di schiavitù. Il film rappresenta in maniera molto esplicita la violenza fisica e psicologica subita dagli schiavi che li portava a desiderare e preferire la morte piuttosto che continuare a vivere in quelle condizioni. Gli schiavi sono persone a cui viene negata una vita normale, dove le famiglie vengono divise e la legge e la bibbia vengono piegati al volere e a vantaggio degli schiavisti per giustificare i soprusi e le violenze nei confronti degli schiavi che dai loro schiavisti non vengono visti come persone ma come una proprietà di cui possono disporre come meglio preferiscono. Ma è un film anche di speranza e resistenza, soprattutto da parte di Solomon, un uomo a cui viene impedito di vivere la sua vita con la famiglia; gli viene impedito di essere un marito, un padre e un nonno. Solomon sopporta tutto per il sogno di ritrovare la sua libertà ma soprattutto di poter tornare dalla sua famiglia; ed è proprio questo a dargli la forza di resistere, il desiderio di ricongiungersi con la famiglia che non ha mai dimenticato e da cui non è mai stato dimenticato.

     
  10. Ho trovato questo film davvero straordinario; è molto raro portarmi sull’orlo delle lacrime con un film, ma questo ci è riuscito. La rappresentazione dell’inguistizia, della violenza e degli abusi della schiavitù è dolorosamente efficace.
    Oltre a questo, però, ho trovato specialmente interessante la rappresentazione degli schiavisti, oltre che quella degli schiavi. In particolare, come anche i padroni “buoni”, in realtà, non siano disposti a sovvertire il sistema ingiusto. E’ un dettaglio che ho apprezzato molto, perché esplora la questione molto spinosa dell’ingiustizia di un sistema contro quella dell’individuo che ne beneficia: chi è responsabile, e quanto? Cosa è la cosa giusta da fare, se si nasce padroni in un sistema di schiavitù? E quanta colpa si può dare agli individui che perpetrano l’ingiustizia, se subirebbero gravi conseguenze personali nel tentativo di sovvertirla?
    Sono domande molto difficili, in una situazione complessa di negoziazione e compromessi incerti. Il film non offre soluzioni facili, solo una conclusione chiara e indiscutibile: nessuno merita di essere schiavo.

     
  11. Poche parole rimaste da dire, ma tantissime emozioni. Un film crudo, che fa distogliere lo sguardo più volte, che dà il voltastomaco, che fa incazzare, ma per molti aspetti straordinario, e non solo perché affronta in modo spietato uno degli episodi più bui della storia umana, ma soprattutto per la rappresentazione visivamente importante che ne da, attraverso immagini che colpiscono nel profondo. Queste, crude e senza compromessi, mostrano la durezza della vita del protagonista e dei suoi “compagni” in tragedia, e la disumanizzazione inflitta loro dagli schiavisti, spesso uomini e donne già vittime della società, che sfogano la propria repressione su chi viene ancora considerato inferiore solo per il colore della pelle, in una catena ininterrotta di oppressori e oppressi [tu opprimi me, allora io opprimo un altro], totalmente radicata in ogni aspetto della vita del tempo (in modo meno evidente, si mostrano comunque ben presenti le disuguaglianze di genere e anch’esse causano, non sempre indirettamente, ulteriore violenza sia fisica che psicologica nei confronti degli schiavi).

    Le inquadrature senza persone, immerse nella calma e nella tranquillità della natura, sono essenziali nella narrazione, poiché offrono dei rari momenti di respiro, uno stacco prezioso dalle scene di violenza e oppressione, consentendo allo spettatore di riflettere e di connettersi con l’ambiente circostante in modo più intimo e profondo. Attraverso la bellezza e la tranquillità dei paesaggi naturali, il regista ci ricorda la forza e la resilienza della natura stessa, contrastando con la fragilità e la sofferenza degli esseri umani. Queste inquadrature sono spesso caratterizzate da una bellezza serena e silenziosa, con una fotografia che ne cattura la maestosità e la grandezza in un rapporto di somiglianza e opposizione tra uomo e mondo circostante.

    Il film, offre quindi una riflessione profonda sulla condizione umana, sulla resistenza e sulla speranza, e lascia certamente un’impronta indelebile negli spettatori, spingendoli a confrontarsi con il proprio passato e a riflettere sulle ingiustizie presenti nel mondo ancora oggi.

     

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